Canottiera, pantaloncini corti, scarpe adatte alla corsa, occhiali da sole e fascia per raccogliere lunghi e ingombranti capelli: mi dirigo verso le colline di Firenze Impiego quarantacinque minuti per giungere al termine del mio percorso di andata e arrivo, provata dalla salita, al bivio in cui sono solita svoltare per fare ritorno. In questo angolo di paradiso dove si incontrano solo sassi, buche nelle quali puntualmente inciampo, formiche e moscerini, scorgo un’autovettura, grigia chiara, non proprio di recente fabbricazione, che mi viene incontro; a bordo distinguo due donne con il viso coperto che dall’interno dell’abitacolo gesticolano per attirare la mia attenzione. Mi avvicino, chino leggermente la schiena e il finestrino si abbassa. Le donne scostano il lembo di stoffa che copre i loro volti ed è colei che si trova sul lato del conducente a prendere la parola. Il suo tono è concitato e non posso fare a meno di notare i lineamenti del volto, ambiti da qualunque fotografo in cerca di ritratti – penso io – disegnati su una pelle abituata a difendersi dal sole: «Scusa sono disperata: ci siamo perse, ma che posto è questo? Io devo andare a Firenze. Boh… magari in centro: non importa esattamente dove, basta che sia Firenze». Poi, ancora, in preda a una tenera inquietudine e guardandomi dritto negli occhi: «Ma tu parli italiano? Capisci quello che sto dicendo?» Al che, credo di avere offerto il mio sorriso più generoso e rispondo, utilizzando il tono di voce più rassicurante possibile: «Sì parlo italiano e posso indicarti come uscire di qua».
Ti sei dunque allontanata, ragazza buffa, seguendo il mio consiglio di suonare il clacson, dal momento che la strada, pur a doppio senso, consente il passaggio di una sola autovettura per volta.
E mentre ti allontanavi non la smettevi di suonare e il ricordo di questo incontro, inaspettato, ancora mi fa sorridere.
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